Intervista a Franz Kafka nel giorno del suo compleanno


franz kafka e max brod

Franz Kafka (a destra) con Brod a Ibiza

E’ appena tornato da un rave-party a Ibiza. Ha la secca faccia sconvolta, ma mi pare in ottima forma: Franz Kafka ha festeggiato nel migliore dei modi il suo ennesimo compleanno.

EN.CO.:  Buon compleanno, Franz Kafka.

FRANZ KAFKA: Grazie, honey.

EN.CO.:  Tutto bene a Ibiza? Non la facevo tanto godurioso.

F.K.: Come diceva il mio amico Dylan, i tempi stanno cambiando. Perchè struggersi, perchè disperarsi? Dire una cosa è troppo poco, le cose bisogna viverle. Un po’ di vita, per dio!

EN.CO.: Ecco, a proposito di dio.

F.K.:  I giorni oscuri sono finiti, l’apocalisse è già arrivata e siamo ancora qua.Vasco ha ragione! E quindi perchè arrabbiarsi? Dio è come mio padre: se anche esistesse, bisognerebbe comunque inventarselo. Dio è  scappato tanti anni fa e ci ha lasciati qua da soli: per cui, whatta fuck? L’importante è godere.

EN.CO.: Lei gode?

F.K.: Ehi, diciamo che mi do da fare, d’altronde in estate, con tutte queste ninfette intorno, come fai a non mungere? Ibiza è perfetta, sia per i miei polmoni che per la mia estrema voglia di vivere. Gut?

EN.CO.: Mi sembra giusto, ma lei è molto cambiato rispetto all’ultima volta che ci siamo visti.

F.K.: si, a Praga ci sono solo cornacchie, cimiteri, sinagoghe e Golem e niente ninfette. Tra l’altro a casa mia sono tutte orrende coi denti incapsulati e i musi da cavallo. Si cambia strada: un po’ di sole non ha mai ammazzato nessuno. Anzi, dopo Ibiza puntavo alla Florida, per la prossima festa stavo giusto pensando di trasferirmi in America.

EN.CO: Ma io volevo parlare un po’ della sua carriera. Dopo la rottura col suo manager, non ha scritto niente di rilevante. O almeno così dicono i critici più feroci.

F.K.: Ma me ne sbatto, Max Brod ( il manager ndr) voleva fottermi e fregarmi tutti i file che avevo nel Mac. Anche a Ibiza l’ho incrociato, anche lì ha cercato di fottermi, insisteva, faceva il simpaticone, sai, ha voluto anche fare una foto con me! Figuriamoci che tristezza!. Ma blocca i manzi, ho pensato. E allora io ho fregato lui: i file originali, quelli con le robe fighe, sono al sicuro, lui ha solo brodaglia, la venderà a qualche idiota di editore e io li bloccherò. Quelli hanno sempre speculato su di me, da quando sono venuto fuori. Li odio.

EN.CO.: Sono i classici problemi del rapporto autore – editore. D’altronde anche lei  non ha dato esempi di grande professionalità, ostia, con tutto quel mucchio di polvere di cemento che si è sparato nel naso.

F.K.: Casi miei, ja? Me ne frega, io sono K-A-F-K-A. Right?  Eppoi quando ero giovane stavo male, ero carico di paranoie, ma il dolore è morto e io sono ancora vivo, ho solo un poco di mal di gola ogni tanto, dovrei smettere di fumare ma me ne sbatto, non è niente. Ora so dove trovare la mia felicità: coi libri ho chiuso, ne scriverò uno o due per le ochette che frignano leggendo Baricco o Coelho. Due stronzate sentimentali e via: le donnine piangono e mi condividono su Facebook  e comprano le mie puttanate.  Così rifaccio ancora qualche miliardo e stop. Ora quello che voglio veramente è solo surfare e correre dietro alle spanish bigboobs della Florida, chiaro?

EN.CO.:  Abbastanza. Per chiudere, ha visto il Doodle di oggi?

F.K.: Cristo, siamo in ballo, balliamo, ma ‘sta storia non me gusta, hombre: Brin deve pagarmi i diritti, con quei pifferi di russi va sempre a finire sempre così.

EN.CO.: Arrivederci Franz e auguri per il futuro.

F.K.: Stay tuned.

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Storia del povero Monfalcone e del ricco e glorioso Real Madrid


La clamorosa notizia deflagrò fra le strade assolate e sonnolente, in quel luglio di 18 anni fa. Letto il giornale, gli uomini scapparono dagli ombrelloni, lasciando le donne a vedersela da sole con i poppanti, i ragazzini rubarono i motorini ai fratelli maggiori, i fratelli maggiori rubarono le auto ai genitori, i nonni in pigiama uscirono dagli ospedali dove erano stati rinchiusi per non romper le scatole ai figli che andavano in vacanza.

Il Real Madrid, dico, il Real Madrid, viene a giocare a Monfalcone! Sorrisi compiaciuti, incredulità, sconcerto. Ma come può essere? Il più grande club del mondo che viene a sfidare noi, poveri cristi bisiachi. Impossibile.

Monfalcone “versus” Real Madrid, stadio Comunale di via Boito, 28 luglio 1991, gara amichevole. Solo a leggere  la locandina che girava in città sembrava uno scherzo.

Invece era tutto vero. Grazie ai buoni uffici della società monfalconese  e al fatto che il Real era in ritiro prestagionale in regione, la cosa si realizzò.

4000 persone si rompevano i calcagni e gli avambracci in fila fuori dal “Comunale”, vecchi nostalgici di Puskas, Gento  e Di Stefano, ragazzini ammaliati da Buyo,  Prosinecki, Michel,  quello che un anno prima ai Mondiali in Italia, dopo una tripletta alla Corea del Sud, se ne andava in giro per il campo urlando: “Yo soy el Maestro”. Arroganza allo stato puro (oggi si chiama autostima).

All’improvviso sullo spelacchiato campo all’ombra del Cantiere  eccolo qua, era il leggendario Real, scudetti e coppe a ripetizione e la sua storia di club calcistico più famoso, ricco, discusso, premiato del mondo, il club del Caudillo Franco e del Re. Le merengues, le meringhe, immacolati come santi, giocatori celeberrimi che avevamo visto solo in tv.

In tribuna, già strapiena ore prima della partita e affossata in un caldo subsahariano, arriva anche il “Vate della panchina” Arrigo Sacchi, penetrando con la sua zucca lucida e la sua porche altrettanto lucida allo stadio. I bambini accorrono a farsi firmar l’autografo, c’è anche Ramon Mendoza, presidente di quel Real gonfio di milioni e di campioni.

Dall’altra parte il Monfalcone di  Saturno, Gaeta e Ispiro, del tecnico Franzot, insomma, la nostra squadra che militava con dignità in Serie D. Ci era arrivata pochi anni prima  grazie alle carte bollate e non sul campo. Fra i dirigenti di casa sino a non poco tempo prima c’era Sandro Bello, detto Bellosconi. “Bello portaci in C2”, urlava una scritta sul muro esterno dallo stadio alla fine degli anni 80. Pochissimi anni dopo gli azzurri precipitarono in Terza categoria.

La partita comincia, fumogeni, bandiere e cori per cercare di sostenere gli azzurri, impegnati alla sfida più sfavorevole della loro lunga storia.

Ma non c’è timore reverenziale, sembra incredibile, ma così è, il Real gigioneggia, palleggia stanco e frustato dal caldo, e i bisiachi ci provano. Ed ecco il minuto che ti può cambiare l’esistenza.

Perco, ala destra di quel Monfalcone, segue una azione sulla fascia, riceve il cross, beffa i monumenti Sanchis e Tendillo, come aveva fatto solo Marco Van Basten un anno prima in Coppa dei Campioni,  e si presenta a tu per tu col portiere Buyo, un tipo abbastanza nervosetto..

Il tiro non è indimenticabile, ne viene fuori un pallone smorzato, lentissimo. Lo stadio sospende il cuore, se segna è infarto. Ed invece la sfera lemme lemme, come una domenica  pomeriggio in cui non sai dove andare, piglia il palo ed esce.

E’ ancora 0-0, il Real non reagisce, è incredulo che questo minuscolo avversario abbia osato mettere in discussione i suoi 25 scudetti, le 16 Coppe del Re, le 6 Coppe dei Campioni, le due Coppe Uefa, le Intercontinentali, le Supercoppe, le Ultracoppe, etc etc. Al massimo noi eravamo arrivati in Serie B, ma nel 1931…

Ad un certo punto, pur andando a due all’ora, si mette a far sul serio, i locali abbozzano, ma non stanno a guardare. Poi la scintilla: Hagi, il mancino rumeno detto il Maradona dei Carpazi ( all’epoca c’erano anche il Maradona del Nilo, il Maradona della Foresta Nera, degli Urali, del Bosforo e di Grado Pineta,  insomma, non se ne poteva più), sigla il vantaggio iberico.

Il Real insiste: al 25’ improvvido scatto di Butragueno, l’uomo che aveva vinto tutto, il ragazzo d’oro del Real, il “Buitre” ovvero l’avvoltoio delle aree di rigore, che quando puntava la porta era matematicamente  gol.

Il Buitre scatta e si avvicina a Carloni, il nostro numero uno, lo fissa e calcia. E’ rete? No, la palla esce. E Carloni, uno che non aveva paura di nessuno, non si lasciò scappare l’occasione.

“Omo- disse per farsi capire meglio, intuendo le affinità fra bisiaco e castigliano- la prosima volta che te passi par de qua, almeno indrissa el pie!”

Fu un fulmine per il biondo centravanti, che su quelle parole così crude iniziò la parabola discendente della sua carriera.

La partita finì con gli inevitabili cambi della ripresa, quelli del Monfalcone si difesero bene, maturando un k.o. per 3-0 che a dir di tutti fu troppo pesante. I nostri, che in campionato avevano sofferto squadrette come l’Opitergina, il Fulgor e il Giorgione, avevano quasi firmato il miracolo.

Ma c’è gente che quel match non l’ha visto. Italo, ad esempio. Italo era un barbuto e ossuto centrocampista della Romana, glorioso terzo club cittadino militante da secoli nell’ultima categoria esistente.

Qualche giocata buona ce l’aveva anche lui e pure un sacco di buone iniziative. E quindi, perchè non tentare? Sapeva che Mendoza aveva ormeggiato il suo panfilo  al porticciolo dietro lo stadio. Italo, paziente e tenace, si mise in testa una idea anche abbastanza geniale: andare a palleggiare sulla banchina del porticciolo, nella speranza che il presidente madrista lo notasse e lo ingaggiasse fra i bianchi. Italo andò avanti 3 ore a provar palleggi, tacchi, finte e colpi di testa. Ma Ramon motteggiava in tribuna con qualche bella bisiaca  e non se lo filò moltissimo.  Per il barbuto centrocampista fu una grossa delusione: il passaggio dalla Romana al Real sfumò e per anni fu convinto che fosse stato solo per colpa di pretese di ingaggio francamente troppo esose.

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